Single per scelta, altro che Bamboccioni…

La visionaria, per vedere oltre la divisione netta dell’opinione politica/sociale “Bamboccioni e non”, pesca dalla mischia (mai casualmente) con l’idea di portare non le parole ma una significativa testimonianza di un giovane come tanti, o forse come pochi… dipende dal punto di vista.
Mi dissocio dal voler sposare o meno la teoria che l’Italia sia piena di Bamboccioni. L’Italia è piena di giovani, come ogni paese e come ogni medaglia ha un rovescio. Ogni giovane è un individio a sé. Ogni giovane è diverso. Io vi porto uno di loro. Semplicemente uno di noi…
Uomo. Italiano. Impiegato. Musicista. Trentasei anni. Ivan.
In una giornata di pioggia, precedentemente annunciata dagli eredi di Bernacca, mi si aprono le porte di casa di Ivan. Entro, mi guardo intorno e l’occhio di lince immediatamente scansiona la libreria: libri di attualità, mille cd.
Mi siedo, accetto un tè e tiro fuori dalla mia borsa verde acido, penna e taccuino. Ho qualche minuto ancora per fotografare la sua casa, prima di avere la fumante bevanda sul tavolo. Cominciamo…
Mentre il suo pollice sinistro schiaccia il pulsante dell’accendino per accendere la candela bianca sul tavolino, il mio pollice destro fa scattare fuori la punta della penna. Cambio la prima domanda pensando che ad un mancino voglio chiedere subito:
Mab: la solitudine è un masso pesante o una scelta?
Ivan: entrambe le cose. Non ho ancora trovato il punto d’equilibrio. Se sto troppo tempo da solo, poi ho bisogno di confusione. Viceversa, troppa confusione dopo un po’ mi stufa e cerco la solitudine.
Mab: la tua solitudine è fatta anche di silenzio?
Ivan: temo di no. Da solo sì, ma in completo silenzio non riesco. Devo sempre fare una cosa. Suonare, vedere la TV, leggere, scrivere al computer, cucinare, dormire…
Mab: single a trentasei anni, invece, deve essere una scelta per forza, o no?
Ivan: per forza. A quest’età sì.
Mab: raccontami…
Ivan: a vent’anni non hai le palle per uscire di casa. Dovresti ma non lo fai. Poi ti fidanzi e sei pronto per il travaso. Cambi mura, cambi famiglia…
Mab: cambi mamma?
Ivan: sì, un po’ sì. Così siamo. Anzi, così sono loro. Io ho lasciato tutto. Ho lasciato la casa e tutte le mie certezze. Ho scelto l’amore per me stesso.
Mab: coraggioso. E’ stato un percorso o una folgorazione?
Ivan: un percorso, lungo e doloroso. Sei lì che stai male, stai male, e prima di uscirne o ripiegare o rinunciare, scegli di stare male ancora un po’. Dopo due, tre, sei mesi di sofferenza, svolti. A quel punto però stai sicuro che non tornerai più indietro.
Mab: dopo il salto, la liberazione?
Ivan: il panico!
Mab: come l’hai superato?
Ivan: panico-sconforto-sfida. Ad un certo punto ti dici: se non riesci… sei un coglione. E piano piano tutto ingrana.
Mab: ormai si può dire che in questi panni ci stai bene. Lo rifaresti, quindi?
Ivan: mille volte. Anzi, col senno di poi, avrei dovuto farlo molto prima, un po’ come tutti gli uomini italiani, del resto.
Mab: panico superato, allora?
Ivan: beh, sì, a parte quando è ora di pulire casa!
Sto per lasciare il monolocale dove abita Ivan e fuori mi aspetta ancora la pioggia, ma porto con me la potenza di quest’intervista. Mi risuona dentro come gli accordi rimbombanti del suo basso color faggio che chiude il nostro incontro.
Ho chiesto ad Ivan il permesso di scrivere anche questo:
“I miei amici mi consigliavano di “cercare altre strade…” per risolvere tutti i miei problemi, ma io sapevo che la strada era più lontana di così, più tortuosa. In fondo alla via, il mio premio. Io ho scelto l’amore per me stesso e oggi sono un uomo nuovo”.
Tutto questo mi fa’ riflettere sul fatto che il sistema rischia di standardizzarci tutti. Ci confeziona in serie, pronti da inscatolare. Il ribelle è l’ingranaggio impazzito che blocca la catena di montaggio. Da secoli ispira gli inscatolati, mostrando loro una diversa realtà.
Buona vita e buona vision a tutti
| By: Mab 10 marzo, 2010 669 letture |
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In: Considerando












